04.05.2004
Lo zoologo spiega l’uomo
Enel.it, magazine, maggio 2004, ReS
di Silvia Del Vecchio
L'UOMO è l’animale più presuntuoso del Creato. Chi ricorda
questa radicale affermazione dello zoologo, etnologo inglese Desmond Morris
sul finire degli anni Cinquanta, ha anche ben presente lo scalpore e insieme
il successo del suo libro intitolato La scimmia nuda (1960) che divenne
un bestseller di divulgazione scientifica tradotto in tutte le lingue. Già allora
personaggio atipico, con un passato da sociologo e pittore, il professor Morris
si dilettava nell’osservazione scientifica dell’animale uomo, alla
stregua di qualsiasi altro essere vivente. Fu sua invenzione anche il metodo man-watching,
la versione umana del bird-watching, ossia l’osservazione in
ambiente naturale dei comportamenti e delle attitudini umane. E sempre sua
l’iniziativa di portare il primo studio televisivo (della Bbc) in uno
zoo (quello di Londra). Oggi, da anziano scienziato, torna a parlarci dell’uomo,
o “scimmia senza peli” (e quindi “nuda”), in un prezioso
libretto di 96 pagine frutto di un lungo dialogo con la romana Di Renzo Editore: Linguaggio
muto. L’uomo e gli altri animali.
In queste pagine Morris torna sui temi a lui più cari ma li arricchisce
con un’interessante riflessione autobiografica, raccontando i punti salienti
della sua vita, i traumi infantili che lo hanno segnato, le comiche disavventure
di etnologo alle prime armi, alle prese con serpenti velenosi e pipistrelli
impazziti. Scrive alla fine del suo primo breve capitolo: «In questo
modo, e per sommi capi, è trascorsa la mia infanzia: all’insegna
di un amore sconfinato per gli animali, dai quali sentivo di aver molto da
imparare, e di un’altrettanto sconfinata repulsione per il mondo umano
e per le sue orribili macchine da guerra, dalle quali, invece, non volevo imparare
nulla».
Desmond Morris iniziò i suoi studi approfonditi sulle scimmie lavorando
allo zoo di Londra, e riuscì a coinvolgere nelle osservazioni scientifiche
anche la sua grande passione per la pittura. In particolare, dedicò l’attenzione
a uno scimpanzé molto intelligente di nome Congo, capace di realizzare
disegni astratti usando anche i colori, dimostrando che la scimmia operava
secondo gli stessi principi dell’arte umana. Tale fu l’interesse
suscitato da questo accostamento tra l’arte e il mondo biologico che
pittori come Dalì e Picasso vollero esaminare l’opera del primate
e Mirò si disse disposto a barattare un suo disegno con quelli di Congo.
Ma più di tutto, anche in questo piccolo saggio è l’animale-uomo
a farla da padrone. Il noto etologo umano o, se si preferisce, zoologo metropolitano,
si concentra sul genere umano confrontando i suoi comportamenti con quelli
delle cugine scimmie antropomorfe. L’obiettivo è capire, con
le dovute dimostrazioni scientifiche, cosa ci accomuna agli scimpanzé e
cosa ci differenzia da questi. Morris passa in esame il significato dei nostri
gesti, del nostro modo di vestire, del tifo calcistico inteso come uccisione
rituale della grande preda, della superstizione, del legame madre-figlio, dei
contrasti tra generazioni e della differenza tra i sessi, nonché la
progressiva perdita del contatto fisico in favore di altre forme di comunicazione.
Questi sono alcuni degli aspetti vivisezionati dalla lente dello zoologo inglese
ed esposti in questo volumetto di sintesi con la chiarezza e la semplicità che
caratterizzano tutta la sua opera. Difficilmente attratto dall’insolito,
la sua più grande e riconosciuta qualità è proprio quella
di rendere straordinariamente interessante il “normale”. Parlando
degli aspetti tribali delle tifoserie del calcio, ci dimostra il contenuto
primitivo delle partite di pallone, in cui «ogni settimana i tifosi uccidono
una grande preda e il momento dell’uccisione è rappresentato dal
goal. Quando la palla colpisce la rete, è come se la tribù avesse
ucciso un temibile animale e tutti allora possono festeggiare l'avvenimento».
E sui contrasti generazionali, Morris osserva che «i giovani di oggi,
vestiti in modo così trasgressivo, diventeranno inevitabilmente gli
ottusi tradizionalisti di domani e, a loro volta, resteranno inorriditi dalla
nuova ondata che li seguirà». Le stesse dinamiche si ripetono
da migliaia di anni senza che nessuno se ne chieda la ragione perché siamo
abituati ad accettare passivamente forme del vivere quotidiano che sembrano
estremamente semplici ma che, invece, celano aspetti straordinari del comportamento
evolutivo ed influenze che risalgono a secoli addietro.
Questo sbalorditivo dialogo sulle differenze e i significati di tanti nostri
gesti e abitudini quotidiane è un monito a guardarci più intorno,
per riflettere e scoprire che c’è sempre del sensazionale dietro
all’apparente normalità di tutti i giorni.